La campagna pubblicitaria per “La Casa di Plastica”, mostra andata in scena lo scorso 25 Agosto, aveva due imperativi categorici:

  • Vietato (ovviamente) l’utilizzo di materiali plastici
  • Originalità

Cercherò di essere onesto con te: è stato davvero molto complicato!

Adesso ti spiego…

La campagna social è stata fatta velocemente e in modo semplice, del resto si trattava di cavalcare l’onda della serie tv “La Casa di Carta”. Perciò avevamo già ottenuto una risposta diretta dagli utenti.

Stesso discorso vale per i comunicati stampa, e trattandosi di una mostra Plastic Free si è rivelato un canale adeguato.

Ma non potevamo certo accontentarci.

E sul serio, qui iniziano le vere difficoltà…

Perché?

Per fartelo capire meglio, questo è un esempio di conversazione standard che ha assillato i nostri studi per giorni, e giorni, e giorni:

G: <Distribuzione Flyer?>

F: <Troppo “di massa” per una mostra>

G: <Neanche se spargessimo fogli A4 con il volto di Dalì per tutta la città?>

F: <Dubito che ce lo lascino fare!>

G: <Ok, allora… ecco! Palloncini ad elio col volto di Dalì e sospesi nelle piazze>

F: <Plastica… bella l’idea eh, ma la plastica!>

G: <Sisi, giusto… allora…>

F: <Niente?>

G: <Niente… mi verrebbe in mente un gonfalone, e lo lasciamo in un’area pedonale molto trafficata. L’impatto è immediato, sarà fattibile?>

F: <Certo! Ma non in plastica ovviamente: in legno! E sopra incolliamo fogli su fogli con riprodotta in modo seriale la maschera di Dalì, alternata a dati sull’inquinamento da plastica!>

G: <Mancano 3 giorni… chi la costruisce una cosa simile? Tra qualche ora è già venerdì!>

F: <La costruiamo noi: compriamo lastre, chiodi, tutto l’occorrente insomma!>

G: <Non sapevo fossimo una falegnameria… ci diamo al bricolage?>

F: <E dai, non sarà poi tanto difficile!>.

Inutile dire che abbiamo sottovalutato il problema.

Partiamo: giorno 3 alla scadenza.

Destinazione: Brico.

Lista della spesa:

  • 4 tavole di compensato
  • Viti a volontà
  • Colla vinilica
  • Angolari
Kreativlab

“Ci siamo, adesso basta mettersi all’opera! Finiremo in un paio d’ore”.

Certo, come no.

Prendi le misure, fai i buchi: misure sbagliate.

Prendi meglio le misure, fai i buchi: misure ancora sbagliate.

Riprovi a prendere le misure: le prime tutto sommato potevano andare.

E così via, in loop. In loop come le playlist che passavano su Spotify.

Potremmo cantare a memoria “Indie Italia”.

Le ore passano, e mentre realizzi che il tuo totem a dimensione umana ci sta mettendo un po’ troppo a stare in piedi, inizi a pensare che il fatto che ci siano più buchi che viti non sia proprio un buon segno…

F: <Non è poi così semplice il bricolage>

Eh, direi di no.

Ma poi lentamente arriva, eccolo:

L’ultima vite!

Giri il cacciavite, stringi e…

Finito!

G: <Bene, ci siamo quasi. Adesso non resta che stampare un centinaio di fogli e incollarli>.

F: <…>

G: <Dai su, che tra poco forse ceniamo>.

E i fogli che si staccano, e gli spazi che restano vuoti, e, e, e…

Ma alla fine, in un modo o nell’altro, il nostro totem a dimensioni umane è pronto per fare la sua comparsa, pronto ad incuriosire, a destare sorrisi e malumori, a colpire.

Non a colpire nel senso che crollerà addosso a qualcuno, ovviamente (anche se il rischio non era completamente da escludere).

Ora non resta che trasportarlo fino in piazza.

Prendiamo la macchina grande.

Ma non ci sta. Bisogna tenere il bagagliaio aperto, come se non fosse già tutto abbastanza instabile.

Arriviamo, piazziamo sotto gli occhi di tutti il nostro capolavoro con una certa “nonchalance” e cerchiamo qualcuno che ci dia da mangiare.

Sono le 23:30.

Per fortuna un sushi in centro era ancora aperto. Uno di quelli “alla carta”, di qualità.

Beh, ce le siamo meritate un po’ di coccole.

E così, basta un po’ di ottimo cibo a farti dimenticare che la mattina dopo ti sveglierai all’alba per togliere quel mix di segatura e colla vinilica dai pavimenti dell’ufficio.

Note positive: il totem ha funzionato.

Note negative: …